come restare umani. Il Processo di Kafka, alla Futa con archivio Zeta

Anche quest’anno ho attraversato l’esperienza del teatro civile di Archivio Zeta al Cimitero Militare Germanico della Futa.

L’anno scorso non avevo potuto assistere alla prima parte de *Il processo* di Kafka. In questi giorni ho visto entrambe le parti ed è stata un’esperienza intensa.

Vedere rappresentato *Il processo* in un luogo dove si è consumata una delle pagine più tragiche della guerra, tra le tombe di migliaia di giovani soldati morti lontano da casa in nome di un’ideologia di dominio e di morte, dà alle rappresentazioni drammaturgiche proposte da Archivio Zeta e alle parole degli autori messi in scena una forza ancora maggiore. E ancora di più nell’anniversario della strage di Bologna del 2 agosto.

Avevo letto con avidità Kafka da ragazzo. *La metamorfosi*, *Il castello*, *Il processo* mi avevano già colpito allora perché raccontavano un mondo in cui le persone sembrano non essere riconosciute per ciò che sono, ma per il ruolo che occupano, per la funzione che svolgono, per il posto che il sistema assegna loro.

Josef K. è un uomo istruito, competente, socialmente riconosciuto. Eppure tutto questo non basta. Viene arrestato, pur rimanendo libero di lavorare, ed entra in un meccanismo inestricabile in cui deve difendersi da un’accusa di cui non conosce né la natura né le prove. Viene progressivamente risucchiato in un sistema che sembra esistere soltanto per perpetuare sé stesso. La legge non appare più come uno strumento al servizio della giustizia, ma diventa essa stessa un fine, separata dalle persone. La ricerca della verità lascia il posto alla conservazione del sistema.

Eppure Kafka lascia anche un’inquietudine ancora più profonda. La legge è lì. La porta è aperta. Ma l’uomo trascorre la vita aspettando un permesso che non arriva mai. È forse questa la forma più sottile del potere: convincerci che la soglia che potremmo attraversare non ci appartenga.

Riflettendo su quanto accade oggi nel mondo – dalle guerre ai genocidi, dalle persecuzioni delle minoranze alle discriminazioni fondate sull’origine, sulla religione, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o su qualsiasi altra condizione di marginalità – mi sono reso conto di quanto Kafka continui a parlare del nostro presente.

*Il processo*, la cui stesura Kafka iniziò all’inizio della Prima guerra mondiale e che non riuscì mai a terminare, costituisce ancora oggi una domanda rivolta a ciascuno di noi. In un tempo attraversato da guerre, propaganda, disuguaglianze e tecnologie che possono essere usate tanto per emancipare quanto per controllare, il rischio è sempre lo stesso: che le persone scompaiano dietro le istituzioni, le ideologie, gli interessi e le procedure. Che la disumanizzazione diventi normale.

Forse la lezione più attuale di Kafka è proprio questa: la giustizia non può ridursi all’applicazione della legge, se perde di vista la persona. Le istituzioni sono indispensabili, ma esistono per servire gli esseri umani, non il contrario.

Per questo credo che il nostro compito, ogni giorno, sia quello di continuare a difendere la dimensione umana delle relazioni, della politica, della giustizia e della tecnologia. Ricordarci che prima di ogni ruolo, di ogni norma, di ogni appartenenza e di ogni confine, c’è una persona. Ed è da lì che una società resta davvero umana.

Grazie ad Archivio Zeta e a tutte le esperienze di teatro civile e sociale che continuano a offrirci luoghi in cui fermarci, riflettere e interrogarci sul presente. Perché il rischio più grande non è soltanto ciò che accade intorno a noi, ma ciò a cui potremmo finire per abituarci dentro di noi.